MOSTRE - FONDAZIONE GIANLUIGI E STEFANO PROIA

Vai ai contenuti

Menu principale:

ATTIVITA'

LA CIOCIARIA NEL RISORGIMENTO

8 – 20  ottobre 2011— locali dei portici di Corso della Repubblica -- Frosinone

PRESENTAZIONE

La Mostra a cui fa riferimento la presente pubblicazione, formata da 30 dipinti del M.o Otello Perazzi di Ceprano, da 18 stampe acquarellate dall’artista Americo Pirazzi di Veroli e da un congruo numero di altre stampe e documenti rintracciati e adattati dal sottoscritto, illustra i protagonisti e gli episodi più significativi del periodo risorgimentale relativi al territorio ciociaro ed in particolare al suo capoluogo: Frosinone.
Essa rappresenta, però, solo una piccola parte di un progetto molto più ampio e ragguardevole: la Storia di questa provincia e del Lazio meridionale in genere, raccontata attraverso circa 400 dipinti.
Può sembrare un impegno troppo ambizioso, ma gli avvenimenti accaduti in questa parte del Paese, ad iniziare dal periodo preromano e quasi fino ad oggi, e l’importanza dei personaggi avvicendatisi sono talmente molteplici e rilevanti che, per illustrarli adeguatamente, il numero di immagini ipotizzato potrebbe anche rivelarsi insufficiente.
Comunque il fatto di averne già realizzati circa un centinaio fa ben sperare sulla possibilità di poter raggiungere tale obiettivo.
Tornando alla presente Mostra, essa nasce da una sentita esigenza: quella di riportare all’attualità accadimenti che altrimenti rischiano di dissolversi e di non consentire alle giovani generazioni, di oggi e ancor più di domani, di comprendere appieno il proprio tempo.
Il catalogo, inoltre, vuole essere un piccolo documentario di memoria collettiva, un viaggio nel mondo non troppo lontano di coloro che ci hanno preceduti e che con i loro ideali, i loro valori, la loro tenacia e forza d’animo ed i loro sacrifici, compreso quello della vita, hanno gettato le basi della nostra identità attuale.
Non ci può essere presente senza le radici del passato. Non c’è storia e consapevolezza senza la conoscenza della vita, delle opere e delle aspirazioni dei nostri padri.
Guai a perdere le nostre radici, patrimonio prezioso che bisogna assolutamente difendere e tramandare, per non perdere la nostra stessa essenza culturale e, di conseguenza, la necessaria sicurezza che deriva solo dalla piena comprensione e condivisione della nostra appartenenza.

Giorgio Copiz



Ritratto di Luigi Angeloni (1758-1842)

Luigi Angeloni nacque a Frosinone il 9 novembre 1758 da Giovanni Zenone Angeloni, mercante lombardo nativo di Villa d’Adda e da Lucrezia Contini frusinate e nipote del notaio Filippo Ricciotti.
Come Giulio Cesare, per i primi quarant’anni Luigi Angeloni visse nella sua Frosinone dedicandosi alla
mercatura, ma approfondendo tutto quanto era possibile studiare nella sua città. La Repubblica Romana del 1798 lo condusse nella città eterna e da allora il suo orizzonte fu l’Europa.
Ebbe ruoli e contatti con i maggiori ed influenti personaggi del suo tempo, ma il suo principale pensiero fu l’unità e la dignità della nazione italiana.
Fu il primo teorico organico dell’unità italiana in senso federale. A Parigi e poi a Londra accolse ed aiutò tutti i più attivi ed importanti personaggi dell’emigrazione politica italiana, quali Federico Confalonieri e Giuseppe Mazzini. Ebbe Rapporti strettissimi con Filippo Buonarroti. Aveva entrature nelle segreterie di tutti gli stati (Francia, Prussia e soprattutto Russia).
Morì solo e povero, dimenticato da tutti, anche da quelli che aveva beneficiato, a Londra nel febbraio 1842.

Luigi Angeloni arringa il popolo sotto l’Albero della Libertà (1798)

Si racconta che, con la nascita della Giacobina Repubblica Romana del 1798, si elevasse a Frosinone il cosiddetto Albero della Libertà.
Questo simbolo era un palo con un cappello frigio al vertice alto, ai lati aveva le due bandiere, quella bianca, rossa e nera della Repubblica Romana e quella blu, bianca e rossa della repubblica francese, ed era posto sopra un basamento. Era abitudine far festeggiare dal popolo le ricorrenze rivoluzionarie con canti e balli, quali la Carmagnola. In Frosinone con la istituzione della Repubblica negli stati papali si elevò quest’Albero della Libertà. Si è preferito rappresentare quest’albero come se fosse un reale fusto di quercia e non nella sua più probabile veste classica, in quanto a Frosinone non si è tramandata traccia di quale fosse l’albero. Infatti, nelle zone più interne si usarono anche veri e propri alberi, anziché il simbolo rivoluzionario, in quanto il popolo non lo avrebbe forse accettato.
Luigi Angeloni fu chiamato a tenere il discorso ufficiale per la circostanza.


Luigi Angeloni, insieme ad Antonio Canova, chiede ed ottiene da Talleyrand


il rientro a Roma di parte dei capolavori d’arte trafugati dalle truppe francesi (1815).
Il governo pontificio di papa Pio VII, guidato dall’illuminato cardinale Ercole Consalvi, incaricò Luigi Angeloni di assistere ed aiutare a Parigi lo scultore Antonio Canova che aveva ricevuto l’incarico di recuperare dal governo francese tutti i capolavori artistici che le truppe napoleoniche avevano trafugato da Roma per riempire il Louvre. Angeloni a Parigi, attraverso i suoi canali, strettamente confidenziali e riservatissimi, aveva entrature nel governo francese.
La sua opera facilitò l’individuazione di oltre quattrocento tra statue e dipinti che così poterono rientrare a Roma.
Ma molte altre opere rimasero al Louvre perché Talleyrand non mantenne le promesse fatte


Carbonari che si recano a casa di Luigi Marcocci a Porta Napolitana, oggi Campagiorni (1821)


La Carboneria si diffuse a Frosinone e nella sua provincia tra il 1814 ed il 1820.
Molti aderirono spinti dalle ottime intenzioni della congrega: religione cattolica, rispetto per il Papa e richiesta di una costituzione liberale.
A Frosinone si costituì una Rivendita carbonara, sotto il titolo di Guerrieri e Seguaci di Pompeo. Lo stesso titolo distintivo della rivendita stava però a significare qualche cosa in più. I carbonari frusinati seguivano e combattevano sotto le insegne del grande condottiero romano Gneo Pompeo Magno, figlio di Gneo Pompeo Strabone, generale e senatore romano, che si era formato sotto la guida di Caio Mario. Pompeo Magno si oppose strenuamente alla dittatura di Giulio Cesare, che avrebbe significato la fine della Repubblica che reggeva Roma. Era una scelta che avrebbe condizionato la vita di chi vi aderì: Nicola, Giacomo e Domenico Ricciotti e di Luigi e don Nicola Marcocci, sinceri repubblicani e mazziniani.

RIUNIONE DI CARBONARI IN CASA DI LUIGI MARCOCCI (31 dicembre 1820)


La rivendita carbonara di Castello. Guerrieri e seguaci di Pompeo, fu istituita da Nicola Fabrizi di Torrice, nella
forma imperfetta, ovvero era posta sotto la guida di quella sedente in Torrice.
Le cariche, gli arredi e le posizioni nella rivendita si ispiravano chiaramente alla Massoneria.
La Carboneria era una società segreta esoterica con finalità politiche, mentre la Massoneria non trattava argomenti di carattere politico, anche se tra le sue fila covava, più o meno apertamente, il dissenso verso i vari governi dispotici.
La Carboneria, utilizzando la catena di segretezza che offriva la Massoneria, riuscì ad operare ben oltre il tempo che gli storici considerano, ovvero il 1831-35. Infatti nel museo garibaldino di Mentana sono conservati gli arredi della rivendita carbonara di Roma, intitolata a “Nicola Ricciotti”, cosa che dimostra come nella carboneria si impose il credo repubblicano di Mazzini, e risalgono al 1867, ovvero al tempo del tentativo garibaldino su Roma di quell’anno.


Alcuni “impunitari” si recano al convento della Madonna della Neve
per svolgere gli “esercizi spirituali”


Sotto il governo pontificio, quelli che si erano pentiti e avevano confessato i propri e gli altrui “errori” (come oggi
esiste la legge sui Pentiti, con tutti i ventaggi derivanti!), venivano non carcerati, ma condannati ad effettuare
tutta una serie di “esercizi spirituali” per essere pienamente recuperati alla società.
Molto spesso gli affiliati alla carboneria e, in misura minore, al mazzinianesimo, erano soliti confessare i propri
“delitti” e quelli degli altri che erano già noti e già perdonati, in modo da evitare condanne e poter tornare sia
alla vita civile e sia a cospirare nuovamente

Nicola Ricciotti tra Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi,
ovvero il Risorgimento in Ciociaria ed in Italia.



Nicola Ricciotti (1797 – 1844), frusinate, è stato patriota carbonaro prima e mazziniano successivamente, amico e
collaboratore, anche se con una sua trafila autonoma, di Mazzini e amico personale di Giuseppe Garibaldi.
Entrambi, Mazzini e Garibaldi usarono parole indimenticabili per manifestare la profonda stima ed amicizia che
li legavano al frusinate.
Ricciotti fu capo e promotore della Carboneria a Frosinone, anima del tentativo insurrezionale del 1821 a
Frosinone, poi fu processato e condannato. Passò 10 anni nel Forte di Civitacastellana. Fu esule in Corsica, dove
conobbe Mazzini, poi in Francia, conoscendo e venendo stimato da moltissimi patrioti dell’epoca: Garibaldi,
Ricciardi, La Cecilia, Lamberti, Farini e Sterbini.
Portò il credo Mazzinaino nel gennaio del 1832 a Roma e nel marzo del 1833 fondò in Ancona la prima
congrega nazionale della Giovine Italia sul suolo italiano.
Combattè in Spagna per l’esercito che appoggiava il governo liberale della regina Isabella.
Morì alla guida militare della Spedizione dei fratelli Bandiera.


Iniziazione di Giuseppe Garibaldi alla Giovine Italia a Marsiglia (1833)

La tradizione storica vuole che Garibaldi sia stato iniziato all’organizzazione mazziniana dallo stesso Mazzini.
In realtà, lo sconosciuto marinaio nizzardo, fu introdotto nella Giovine Italia da Nicola Ricciotti, allora
importante esponente del mazzinianesimo, come rileva Mazzini nei suoi scritti (“Ricciotti, credo doverlo
vedere io stesso”).
Ma è molto probabile che l’iniziazione di Garibaldi avvenne alla presenza di Mazzini, ma che giurasse nella mani
del Ricciotti. Come fecero molti dei mazziniani.


Morte di Luigi Angeloni a Londra (5 febbraio 1842)



Angeloni morì solo e povero, dimenticato da tutti gli italiani residenti a Londra, anche a causa del suo pessimo
carattere. Soltanto Mazzini, suo avversario nella concezione unitarista della causa italiana, seppe della sua morte
e ne diede notizia al mondo in un numero della sua rivista “L’Apostolato Popolare”.
Angeloni morì in una sorta di carcere, casa di lavoro, dove venivano reclusi i debitori per costringerli a lavorare
e così pagare i propri debiti.


Fucilazione di Nicola Ricciotti, dei fratelli Bandiera e dei loro altri sei consorti (25 luglio 1844)

Nel Vallone di Rovito, alle porte di Cosenza, il governo borbonico fece fucilare i capi della spedizione che viene
ricordata sotto il nome dei Bandiera. Ma il capo, secondo quanto riferisce il “traditore” Boccheciampe, nelle sue
confessioni, era Nicola Ricciotti, in quanto era l’ufficiale più alto in grado (colonnello) e con esperienza di
guerriglia. Anche il mazziniano Severiano Fogacci (1803 – 1885) afferma, nelle sue memorie, che accettò la
partenza da Corfù della Spedizione dei Bandiera in quanto Nicola Ricciotti, “la cui autorità era riconosciuta dallo
stesso Mazzini”, assunse il comando di quella spedizione.
Il tentativo fu un fallimento militare, ma la fucilazione dei nove membri, tra i quali il Ricciotti, fu la migliore
propaganda per le idee repubblicane di unità della patria.
La fucilazione avvenne alle ore 11 del 25 luglio 1844, mentre Ricciotti, i Bandiera e gli altri gridavano
“Viva l’Italia”.
Poco prima ad una esitazione del plotone d’esecuzione il Ricciotti così si espresse:
“Soldati! Siamo militari anche noi e sappiamo che quando si ha un ordine, lo si deve eseguire. Sparate pure! Viva
la Repubblica! Viva l’Ita …”. Non potè finire la frase perché una pallottola, entrando dalla bocca, gli sfondò la
base del cranio.


Gruppo di Zampitti


Gli zampitti erano una sorta di guardia privata a servizio dei nobili, per difenderli da possibili tentativi di
sequestro di persona o furti, e fungevano, spesso, anche come guide per le truppe regolari, impegnate nella lotta
al brigantaggio, ma non quello post-unitario.
Erano composti da ex briganti che avevano deciso di smettere il banditismo, ma proseguivano a vivere ai limiti
della legge, tollerati e protetti dai loro “datori di lavoro”.
Questa figura, presente in Ciociaria durante il governo pontificio, almeno fino alla prima metà del secolo XIX,
scomparve con l’unità italiana, quando prese corpo il brigantaggio antipiemontese.


Il Gulliver ciociaro
(da un’allegoria di H. Daumier)


Il popolo ciociaro, rappresentato come Gulliver nel paese di Lilliput, si svincola da tutte le remore ed i pregiudizi
e si libera da quegli impedimenti, rappresentati dai lacci che lo legano a terra, posti da coloro che lo
opprimevano ed acquisisce la consapevolezza e la coscienza di divenire finalmente artefice del proprio destino.
E’ il tempo della Repubblica Romana del 1849, quando il popolo borghese, composto dagli uomini delle libere
professioni, dagli intellettuali e dai possidenti esprimerà, sola provincia degli stati romani, tutti deputati nati
nella provincia: Sterbini, Diamanti, Marcocci, Kambo, Turriziani, Guglielmi, Angelini, Leggeri, Salvatori
e Vinciguerra.
Questi uomini diedero un significativo contributo alla stesura della Costituzione Romana del 1849, il frutto più
alto del primo Risorgimento.


Garibaldi a Frosinone (maggio 1849)


Garibaldi tranquillizza la popolazione frusinate, dopo il tentativo di furto da parte di alcuni disertori garibaldini,
ai danni delle suore agostiniane di via Colle Ceraso (oggi via Cavour).
Una volta presi i ladri, Garibaldi li condannò alla fucilazione, ma suor Teresa Spinelli lo pregò di usare la
clemenza e riuscì ad ottenerne la liberazione, dato che non era stato recato alcun danno sia alle suore e sia alle cose.


Garibaldi scruta il territorio da Rocca d’Arce (maggio 1849)


E’ la trasposizione di un dipinto dell’epoca, e collocato nella Ciociaria.
In ogni caso Garibaldi, dopo aver attraversato Anagni e Frosinone, aveva inseguito l’esercito borbonico che
rientrava nei suoi confini. Ma a Rocca d’Arce, mentre le truppe garibaldine si apprestavano a varcare il confine
napoletano, giunse a Garibaldi l’ordine di rientrare a Roma a causa dell’imminente attacco delle truppe francesi.


Combattimento di Villa Corsini e Porta San Pancrazio a Roma (3 giugno 1849)
e morte del tamburino Domenico Subiaco di Ripi


Con l’aprile del 1849 si stringe intorno a Roma e alla Repubblica Romana l’assedio delle truppe straniere giunte
in soccorso del governo pontificio: francesi, spagnoli, austriaci, napoletani.
Gli austriaci si muovevano sulla dorsale adriatica, gli spagnoli bombardavano i porti che innalzavano la
bandiera repubblicana, i napoletani venivano messi in ritirata dal contrattacco garibaldino, ma i francesi,
occupata Civitavecchia, marciavano su Roma percorrendo la via Aurelia.
Ormai nel maggio del 1849, Roma era sotto assedio francese.
Gli attacchi si concentravano sul colle del Gianicolo.
Nello scontro a difesa di Villa Corsini e sotto il bastione di Porta San Pancrazio si distinse per il coraggio
indomito il tamburino Domenico Subiaco del 1° reggimento di fanteria repubblicana, che lasciò il tamburo e
prese il fucile di un compagno caduto morto al suo fianco e combattè fino a che una fucilata gli sfondò il cranio
lateralmente.


Scoglio di Quarto a Genova, 4 giugno 1860,
il ciociaro Domenico Lattanzi parte con Garibaldi ed i suoi “Mille”


Per tutto il 4 giugno in prossimità dello scoglio di Quarto, ai piedi di Villa Spinola a Genova, si riunirono i
volontari, provenienti da tutta Italia, che in quella notte sarebbero stati imbarcati sui due vapori, il Lombardo ed
il Piemonte.
Tra quegli eroici ed ardimentosi volontari vi era solamente un ciociaro, nato a Collepardo, residente con la
famiglia da molti anni a Roma.
Per paura di ritorsioni, Domenico Lattanzi si segnò nella lista anche con il nome del padre, Antonio, ed il
cognome della madre di origine senese, Tolomei.
A causa delle sue idee repubblicane, prima del 1870, fu privato dal governo monarchico della pensione che era
stata elargita a tutti coloro che erano partiti da Quarto.


Incontro di Teano(?), ovvero di Vairano (?), in realtà di Taverna Catena (26 ottobre 1860)


Dopo la vittoria straordinaria dei garibaldini sul Volturno del 1° ottobre 1860, l’esercito piemontese scese a marce
forzate attraverso l’Abruzzo e raggiunse la campagna napoletana.
Garibaldi, malgrado fosse stato incitato da Crispi, su mandato di Mazzini, a marciare comunque su Roma, con il
suo stato maggiore (il figlio Menotti, il futuro genero Canzio e il suo amico calabrese Achille Fazzari, insieme a
Bizzoni), a cavallo si recò incontro al re, anche lui accompagnato da pochissimi ufficiali. Secondo la tradizione
l’incontro avvenne nel territorio di Teano. In realtà, secondo la testimonianza scritta di Fazzari, l’incontro
avvenne a Taverna Catena, nelle vicinanze dell’incrocio delle strade che portano da una parte a Vairano e
dall’altra a Teano.
Si scelse Teano per il fatto che è il comune più noto ed importante, oltretutto sede della diocesi della zona


Lo scontro di Bauco (28 gennaio 1861)


È l’ultimo scontro armato, prima della capitolazione della fortezza di Gaeta e la fuga del re Francesco II di
Borbone a Roma, sotto la protezione del papa Pio IX.
Sebbene venga descritto come una importante (e unica) vittoria dei lealisti borbonici, in realtà non ebbe alcun
significato militare e tantomeno politico, oltretutto accaduto in territorio pontificio, che non produsse alcun
effetto sui risultati della campagna garibaldina nell’Italia meridionale, oramai finita da alcuni mesi. Infatti,
l’esercito borbonico subì solamente sconfitte quando affrontò le truppe garibaldine.
A Bauco uno squadrone dell’esercito regolare piemontese fece arroccare in Bauco alcuni briganti chiavonisti ed
alcuni reparti borbonici. Ci fu un breve cannoneggiamento del borgo, ma subito fu ordinato dal comando
piemontese l’immediato abbandono del territorio pontificio, onde evitare l’intervento della Francia a difesa del
Papa e mandare in fumo la conquista del regno delle Due Sicilie.
Successivamente, alcuni testimoni e memorialisti filo borbonici descrissero lo scontro di Bauco come fosse stata
una battaglia epica, dimenticando la realtà dei numeri collocati nei luoghi e gli effetti conseguiti.


I monaci di Trisulti danno assistenza ad un gruppo di briganti


Non è un fatto storicamente accertato. Si ispira ad un fatto accaduto realmente, ovvero ad un tentativo di furto
operato da tre o quattro disertori garibaldini nell’ottobre del 1867, fallito per la pronta reazione di alcuni
monaci che si difesero con gli attrezzi agricoli.
Da quel momento si è creduto che i monaci fossero vicini ai briganti ex chiavonisti. Questo però è un falso
storico.
Infatti, proprio il 24 febbraio del 1867, si sottoscrisse la cosiddetta “Convenzione di Cassino”, tra governo italiano
e pontificio, per la collaborazione alla lotta contro il brigantaggio, e contestualmente Francesco II di Borbone,
dietro sollecitazione del cardinale Antonelli, sciolse il governo in esilio delle Due Sicilie.
La guerra era finita. E i frati davano comunque assistenza a chiunque si presentava al loro portone in pace e non
armato.

Pio IX affacciato al palazzo della Delegazione Apostolica (oggi Prefettura)
di Frosinone (15 maggio 1863)


Pio IX visitò due volte, durante il suo lunghissimo regno, la città di Frosinone, capoluogo della provincia
pontificia di Marittima e Campagna (successivamente solo Campagna, con l’istituzione nel 1867 della
Delegazione di Velletri). Una prima volta tra l’8 ed il 10 aprile del 1850, al rientro da Gaeta, mentre si recava a
Roma. Una seconda volta dal 13 al 20 maggio del 1863.
In quest’ultima occasione venne scattata una delle prime fotografie, con il papa Pio IX che si affaccia dal balcone
del palazzo apostolico, con il popolo in tripudio.
Nel 1924 anche il re Vittorio Emanuele III si affacciò da quel balcone con il popolo in tripudio nella piazza di San
Benedetto.


Garibaldi alla testa delle sue truppe (ottobre 1867)


La campagna dell’agro romano, come viene identificata storicamente l’azione garibaldina dell’ottobre – novembre
del 1867 e che coinvolse il reatino ed il frusinate, fino alle porte di Roma, vide come sempre Garibaldi alla testa
delle sue truppe.
Mentre la colonna comandata da Menotti Garibaldi scendeva lungo la valle del Tevere, quella di Ricciotti
Garibaldi scendeva lungo il corso dell’Aniene. Quest’ultima colonna fu ingrossata dai volontari accorsi dal
territorio frusinate, dopo che le milizie di Giovanni Nicotera si erano ritirate in Abruzzo, a seguito dell’ordine
del governo italiano.
Nei pressi di Montelibretti le due colonne si unirono con la terza guidata dallo stesso Garibaldi affiancato da
Stefano Canzio e da Achille Fazzari.
Dopo gli scontri di Montelibretti, Monterotondo e di Mentana il tentativo era fallito.


Scontro di Vallecorsa (15 ottobre 1867)

Durante le operazioni per la campagna dell’Agro Romano, una squadra di volontari garibaldini penetrarono in
territorio pontificio e si scontrarono a Vallecorsa con milizie irregolari pontificie, che li annientarono.
Nello scontro persero la vita sei volontari italiani, tra i quali bisogna ricordare Domenico Dandini di Anagni,
proveniente da una famiglia di patrioti. Ma ricordiamo anche il ferimento e la cattura da parte pontificia del
volontario Aristide Salvatori di Ripi, che in seguito fu giornalista, scrittore e uomo politico socialista.


Battaglia di Monte San Giovanni Campano (26 ottobre 1867)


Qui alla casina Valentini, detta dei quattro venti, si svolse un cruento combattimento tra regolari pontifici
(forse zuavi) e due squadroni di volontari garibaldini.
Caddero morti una ventina di volontari italiani, tra i quali è necessario ricordare il maggiore Raffaele De
Benedetto. Egli era nato nel 1826 a Palermo e si attivò già nel 1849 per la libertà della patria.
Nel vittorioso assalto garibaldino a Palermo del 26 maggio 1860 Raffaele fu gravemente ferito, mentre i suoi due
fratelli, Salvatore e Pasquale, caddero sotto le fucilate borboniche.
La famiglia De Benedetto di Palermo è paragonabile a quella Ricciotti di Frosinone, a quella Bronzetti di Cavalese
e Mantova e a quella Cairoli di Pavia per il grandissimo prezzo pagato alla causa della libertà ed unità italiana.



Ritratto di Brigantessa

Le donne hanno sempre avuto un ruolo importante, spesso a fianco dei loro parenti o compagni, come nel caso
di Olimpia Cocco, amante del brigante Chiavone.
Altre volte riuscirono ad acquisire un ruolo autonomo e di guida nelle bande, sostituendo alle volte i loro
compagni catturati o morti.
Il quadro si ispira alla celebre foto della brigantessa Michelina de Cesare nativa del casertano (Terra di Lavoro),
e vuole dare una immagine della fiera ribellione che traspare da queste figure, anche se troppo spesso
accompagnate da gratuita crudeltà.


Ritratto di briganti


Anche in questo caso, stante la classica iconografia, si è voluto ricordare la fierezza, ma anche la crudeltà, di
questi uomini, che univano insieme la fedeltà ad un re che neanche conoscevano, con una credenza fideistica e
superstiziosa della religione cattolica, assieme ad un desiderio di riscatto sociale e di arricchimento, unito al
desiderio del potere e delle ricchezze che a loro, da sempre e per molto tempo ancora, erano precluse.
La fame e la mancanza di benessere e considerazione, più che un ideale legittimistico, furono le molle che
spinsero molti di questi ad abbracciare la causa dei Borboni.
É molto importante avere ben chiara la differenza tra patrioti e legittimisti


La Palazzata Berardi lungo il nuovo corso di Frosinone,
con il Teatro Isabella


Il sindaco Domenico Diamanti concesse al marchese Berardi di poter costruire lungo la via che correva sotto le
antiche mura medievali di Frosinone ad una precisa condizione: avrebbe potuto realizzare quanto consentito dal
piano regolatore (e forse qualche cosa in più) alla sola condizione di edificare un teatro privato aperto alle
rappresentazioni e fruibile dalla popolazione.
Questo spazio venne intitolato come Teatro Isabella. E nel 1878 ospitò una rappresentazione dedicata a Nicola
Ricciotti ed alla spedizione Bandiera, che all’inizio fu vietata dalla sottoprefettura, ma a seguito delle violente
proteste di Aristide Salvatori la rappresentazione fu consentita.

Piazza Risorgimento


Il nuovo stato presentò subito il conto, ed ecco nella piazza che fu intitolata al periodo eroico del Risorgimento
fu stabilito il Distretto Militare nelle vicinanze della chiesa della Madonna delle Grazie e San Gerardo.
Anche i cittadini dell’ex Stato Pontificio dovettero essere arruolati e fare il servizio di leva triennale per il
re sabaudo.


Inaugurazione del monumento di Ernesto Biondi intitolato a “Nicola Ricciotti
e ai Martiri della Regione” (9 ottobre 1910)


Dopo un triennio di raccolta fondi, tra i privati e di contributi scarsi del Comune e della Provincia (allora di Roma),
si riuscì a inaugurare il monumento in piazza della Libertà dedicato a “Nicola Ricciotti ed ai martiri della Regione”.
Questo monumento ospita le spoglie mortali del patriota frusinate.
All’epoca la città di Frosinone fu in festa per oltre quindici giorni ed ospitò personalità politiche ed istituzionali.
Questi festeggiamenti spostarono l’attenzione dall’evento alla politica, dato che le manifestazioni assunsero
connotazioni troppo socialiste e repubblicane, oltre che massoniche.
Infatti, terminate queste celebrazioni laiche, il vescovo ed il clero frusinate fecero celebrare sulle spoglie del
martire una messa riparatrice, in quanto il Ricciotti fu il primo e il trascinatore degli altri consorti a confessarsi
ed a prendere l’estrema unzione prima del martirio.
Questo è un fatto dimenticato. Nicola Ricciotti non deve dividere i laici dai cattolici, ma unire, in quanto proprio
come credente combattè il governo dei preti, ma non la Chiesa cattolica.
La politica non è un affare di fede, come ha sancito il Concilio Vaticano II.


Doppio ritratto di Ricciotti Garibaldi (1847 – 1924)


Il 24 febbraio 1847 a Montevideo nacque il quarto figlio di Giuseppe Garibaldi e Anita Ribeiro de Jesus.
Garibaldi, dopo il primogenito Menotti, volle scegliere anche per questo figlio un nome importante che esprimesse
una religiosità laico-patriottica italiana e impose a suo figlio il nome di un eroe, suo amico e da lui molto
apprezzato: Nicola Ricciotti di Frosinone.
Fu proprio Garibaldi che lo spiegò a due cittadini frusinati, Federico Napoli e Giambattista Sodani, ad Anzio nel
maggio del 1875: “Ad eternare la memoria di Nicola Ricciotti, rude e forte come la sua terra, non basta il marmo
di un monumento. Io, per averlo sempre con me, ne diedi il suo nome ad un mio figlio”.
Ricciotti Garibaldi ed i suoi sette figli si distinsero in molte occasioni: in Grecia (1897), in Sud Africa, in America
Latina e di nuovo in Grecia, infine sul fronte francese tra il 1914 ed il 1915 ove caddero due di loro: Bruno e
Costante.
Nel 1870 nella guerra franco-prussiana il reparto di Ricciotti Garibaldi, riuscì ad annientare un reparto
dell’esercito prussiano e prendere una bandiera tedesca, e dare così un importante contributo alla vittoria
garibaldina di Digione, unica vittoria francese in quella guerra.



_____________________________

La guerra in Ciociaria 1943-1944

nei dipinti di Otello Perazzi



 
Torna ai contenuti | Torna al menu